Le opposizioni alzano i toni in Aula: «Manovra vuota»

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«Questa manovra rischia di produrre una frenata brusca e una inversione dell’economia italiana.Con una manovra che non c’è si distrugge la fiducia, costruita con pazienza, e si producono danni veri. Ripristinarla richiederà tempo». A dare il la alla Camera di prima mattina contro la manovra del governo giallo-verde è l’ex ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Che punta il dito contro la mancanza di misure per la crescita («e sono state cancellate le misure che funzionano come il superammortamento») e contro i due pilastri, ossia reddito di cittadinanza e quota 100 («misure sbagliate, dannose, incoerenti»). La manovra deve cambiare, avverte Padoan riferendosi alla trattativa con Bruxelles per evitare la procedura di infrazione sul deficit: «Il dibattito si concentra sui numerini, su cui pure il governo traccheggia. Questo il cambiamento? Direi di no, l’Italia rischia la procedura d’infrazione permanente sul debito. Serve il ritorno a un cambiamento giusto che aveva permesso la discesa del debito vera. Serve un cambiamento non solo dei numerini, ma di sentiero».

La scena mattutina della Camera è in un certo senso surreale: mentre i deputati del Pd sono distratti dalle vicende interne, e si interrogano a gruppi sul da farsi dopo il ritiro di Marco Minniti dalla corsa congressuale e le voci sempre più insistenti di uscita dal partito dell’ex leader Matteo Renzi, in Aula gli eletti dem danno segni di vitalità combattiva alzando la voce contro la manovra della “decrescita” e unendo le loro critiche a quelle di Forza Italia in una sorta di “partito del Pil” di fatto.


Basta sentire l’azzurra Renata Polverini, che riprende le critiche alla manovra già avanzate sul Sole 24 Ore dalla capogruppo Maria Stella Gelmini: «Siamo di fronte ad una clamorosa ritirata del Governo, i cui principali esponenti avevano incautamente annunciato dal balcone di Palazzo Chigi lo sfondamento del deficit di bilancio rispetto ai parametri europei per varare la manovra “voluta dal popolo”. C’era stato spiegato che, a spese nostre perché il deficit lo avrebbero comunque pagato i cittadini, i due leader della maggioranza Salvini e di Maio si erano gioiosamente accordati per spartirsi equamente il bottino sottratto alle grinfie di Bruxelles: 9 miliardi alla Lega per il superamento della Fornero e la conquista di Quota 100 e 9 miliardi al M5S per il reddito di cittadinanza con la conseguente abolizione, per legge, della povertà…Quella che sembrava una Vittorio Veneto della maggioranza gialloverde è ben presto diventata una nuova Caporetto non appena l’inconsistenza politica del ministro dell’Economia si è scontrata con la logica dei numeri e delle alleanze coltivate in Europa dal sovranista Salvini. Non uno degli stati dell’UE, neppure l’Ungheria e nemmeno l’Austria, hanno appoggiato la linea dell’esecutivo che si è ritrovato miseramente isolato e incapace di trovare una via di uscita che non fosse quella precipitosa ritirata che si sta consumando in queste ore».


E basta sentire l’intervento puntuale del deputato democratico Alfredo Bazoli, che in alcuni passaggi usa quasi le stesse parole di Polverini: «Siamo al 6 dicembre e ancora non conosciamo i saldi della manovra. Non lo sappiamo perché il governo, dopo aver esultato in modo sguaiato per aver deciso di violare unilateralmente le regole concordate con l’Europa si è reso conto di essere completamente isolato in Europa, lasciato solo da tutti, anche dai nuovi amici sovranisti dell’est europeo». E il conto lo pagano i cittadini e le imprese, conclude Bazoli: «Io vengo da Brescia, la terza provincia manifatturiera più specializzata d’Europa, la provincia che rappresenta per valore un quinto del prodotto interno italiano e che sposta mediamente il 60 per cento della produzione. Ebbene, a Brescia la crescita della produzione netta nell’ultimo trimestre si è fermata, il tasso di utilizzo della capacità produttiva ha perso terreno e al grido di allarme lanciato dagli industriali si è unito quello dei sindacati, uniti».

Insomma l’opposizione (anzi, le opposizioni) c’è e fa sentire la sua voce. Mentre si infittiscono i capannelli di deputati dem in cerca di risposte l’impressione è che nel frattempo sono i contenitori, ossia i partiti, a dissolversi.

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