Non spegnete Radio Radicale, voce per tutti

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La furia di questo governo si abbatte sui media più piccoli — ma non marginali — che a causa dei tagli all’editoria rischiano la sopravvivenza. La giustificazione? Il risparmio. Ma si può mai risparmiare su Radio Radicale che ci permette di assistere e comprendere i processi decisionali entrando nelle stanze del potere? Si può risparmiare su Avvenire che racconta, ogni giorno e quasi da solo, le sorti dei migranti in mare? Si può risparmiare sul Manifesto che è rimasto tra i pochissimi quotidiani a occuparsi con assiduità di temi sociali con un taglio diverso, mai banale? Proprio quel Movimento e quel governo che si presentano come difensori dei diritti del “popolo” impediscono poi al “popolo” di avere accesso alla conoscenza, determinando la chiusura di realtà fondamentali. Mai nessun governo, da quando esiste la convenzione con Radio Radicale, aveva osato tanto. Mai.

L’ultima battaglia di Marco Pannella, fondatore di Radio Radicale, è stata per il diritto alla conoscenza che in apparenza sembra una cosa tanto banale e scontata, ma ovviamente non lo è. Diritto alla conoscenza non significa diritto ad accedere a internet o possibilità di acquistare un quotidiano, ma il diritto che ciascuno di noi ha a conoscere ciò che davvero accade nelle stanze del potere. E siccome Pannella prima agiva e poi comunicava, nel 1975 fonda la radio, un organo di informazione fondamentale che, negli ultimi 40 anni, ha fatto entrare il cittadino in Parlamento per ascoltare le sue sedute, nelle aule di giustizia per assistere in maniera integrale ai processi più importanti, nei congressi dei partiti fino alle sedute del Consiglio superiore della magistratura. E tutto questo è la reificazione del controllo sociale sul Potere e sul suo esercizio di cui si nutre una sana democrazia.

Il punto è tutto qui: esiste una politica che preferisce cittadini disinformati — resi timorosi e pieni di rancore da semplificazioni della realtà che sono veri e propri attacchi alla democrazia — ed esisteva, perché adesso non esiste più, una politica capace di volere bene e esortare in maniera sfrontata, quasi impertinente — come faceva Pannella — a non avere paura del prossimo, ma fiducia nelle persone e nella conoscenza. Una politica che invitava a rivolgere l’attenzione agli ultimi, a chi sta in carcere perché ha sbagliato e sta pagando, meritando al contempo un’occasione di reinserimento tra noi. Una politica in grado di non esasperare le differenze, ma di mostrare le vicinanze. Pannella era l’uomo della gente, non del “popolo”. Uno che se gli avessi chiesto un selfie, prima avrebbe accettato ma poi ti avrebbe coinvolto nella raccolta delle firme necessarie a dare supporto alle iniziative del Partito Radicale. Una razza rara che oggi siamo costretti a rimpiangere. Radio Radicale è per noi un dono prezioso: la radio che sta “dentro, ma fuori dal palazzo”, come ogni mattina ci ricorda la bella (per sempre) voce di Dino Marafioti; la radio che consente a chiunque di sapere ciò che accade in Turchia, in Cina, in Europa, negli Stati Uniti, nel Mediterraneo, in Africa, sulle droghe, nei tribunali, nelle carceri, nel mondo culturale.

La radio dove tutti i politici sono ascoltati e dove tutti i giornalisti hanno un solo obiettivo: rendere il miglior servizio possibile agli ascoltatori. La radio di Antonio Russo. Perdere Radio Radicale significa perdere un patrimonio preziosissimo, e non ce lo possiamo permettere. Radio Radicale ha subito il taglio del 50% della convenzione che ha con il Mise, e questo significa la chiusura per una radio che non ha pubblicità con la quale sostenersi, perché è l’unico media di servizio pubblico integrale. Lo sa questo Vito Crimi, sottosegretario all’editoria, per il quale gli organi di informazione fanno troppa politica? Ma a Crimi — parlamentare da più di cinque anni — sfugge il significato stesso della parola politica. Fare politica significa occuparsi di ciò che accade perché tutto, nella nostra vita, è politica. Crimi non sa che la sua società ideale, quella in cui i media non esprimono più opinioni ma si limitano a “raccontare i fatti” non è una novità: la mancanza di opinioni pubbliche e quindi della possibilità che vi sia una pubblica opinione, è stata il tratto distintivo di tutti i regimi totalitari.

Non a caso il principale organo di informazione dell’Unione Sovietica si chiamava Pravda, come se oggi un giornale si chiamasse La Verità, senza che a nessuno venisse da ridere. Crimi probabilmente tutto questo lo ignora, ma altri, nel suo Movimento, con l’armamentario tipico dei regimi totalitari hanno maggiore confidenza: basti pensare all’orrida autocritica cui è stato costretto il padre di Luigi Di Maio. Del resto la libertà un popolo la può perdere a causa di perfidi aguzzini, ma di solito la strada la lastricano gli inconsapevoli, di se stessi e del mondo. L’8 dicembre il Ministro della Mala Vita porta in piazza i suoi sostenitori, per far vedere che il culto della sua personalità non si nutre di soli like, ma di persone in carne ed ossa, che sono state invitate a partecipare anche sul presupposto che io, come molti altri, non ci saremo. Non perché ci sia vietato, ma perché saremmo diversi da tutti quelli che ci saranno.

Penso a Pannella e, se anche in quella piazza non ci sarò, so che dovrei esserci. Dovrei essere accanto non a quella che qualcuno chiama l’Italia peggiore, ma accanto all’Italia che si sente peggio trattata e che crede, sbagliando, che la risposta possa offrirla questo governo. Dovrei esserci per dire a tutte le persone accanto a me di accendere la radio e di ascoltare Radio Radicale, di farsi questo regalo, per una settimana: sarà come un risveglio dal sonno. Poi magari continueranno a sostenere questo governo, ma lo faranno in maniera più consapevole, più informata. La conoscenza passa necessariamente per la pluralità dell’informazione, per l’informazione che vi piace e con cui vi trovate d’accordo e per quella che mai riuscirete a condividere.

La conoscenza passa per le opinioni, non per il racconto asettico dei fatti, un racconto che non esiste, e chi lo auspica è un truffatore. E allora, contro questi nuovi barbari — che si fingono amanti di selfie e gattini e che non esitano a infliggere, per ambizione, pubblica umiliazione ai propri familiari – abbiamo una sola alternativa: difendere ciò che di prezioso abbiamo, la nostra libertà di informarci. Difendiamo Radio Radicale ascoltandola, mostrando quanto sia necessaria, perché oggi Radio Radicale garantisce il nostro diritto alla conoscenza ed è un’arma pacifica a disposizione di tutti, per resistere a chi nulla sa e nulla vuole sapere. A tutti quelli che, per mantenere il potere, pretendono che venga raccontata solo “la verità”, la loro verità.