L’oro di Banca d’Italia allo Stato, Centinaio (Lega): «Mai sentito»

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Gian Marco Centinaio (Imagoeconomica)
Gian Marco Centinaio (Imagoeconomica)

«Tria ha ragione quando dice che Bankitalia deve essere indipendente, penso che nessuno di noi abbia intenzione di toccare Banca d’Italia. D’accordo sull’azzerare e rinnovare, ma lasciando la gestione delle riserve del nostro Paese». Così il ministro delle Politiche agricole Gian Marco Centinaio, della Lega, in una intervista a Radio Capital. Centinaio ha detto di non aver mai sentito sollevare l’ipotesi di utilizzare le riserve auree di via Nazionale al fine di evitare una manovra finanziaria correttiva e l’innesco delle clausole di salvaguardia. «Mai sentito parlar né in Consiglio dei ministri né in altre sedi politiche di mettere le mani sull’oro di Banca d’Italia», ha detto Centinaio, «non credo che in questo momento nessuno di noi abbia intenzione di andare a toccare Banca d’Italia».

Il post di Grillo e la proposta di Borghi

Tuttavia, l’ipotesi di usare le riserve auree della banca centrale circola da tempo in casa M5S e Lega (come riportato oggi da Corriere della Serae la Stampa). Il concetto è: si stabilisca ufficialmente che l’oro di via Nazionale è dello Stato (oggi Banca d’Italia è partecipata da istituti diu credito privati), nell’eventualità che il Tesoro possa utilizzarlo. Lo aveva già sostenuto Beppe Grillo nel settembre 2018 sul suo blog (vendere l’oro per far fronte alle spese correnti). Nel novembre successivo, alla Camera dei deputati, è stata depositata una proposta di legge da parte del leghista Claudio Borghi, presidente della commissione Bilancio, sulla proprietà delle riserve auree in modo che venga chiarito che l’oro è dello Stato italiano.

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Che rischi si corrono

Le polemiche di questi giorni sulla conferma o meno di dirigenti di Bankitalia, sollevate da Matteo Salvini e Luigi Di Maio, secondo alcuni osservatori potrebbero in realtà avere come obiettivo proprio quello di poter disporre un giorno delle riserve custodite anche nei caveau di palazzo Koch a Roma. Si tratta di lingotti e monete (2.452 tonnellate metriche) del valore di circa 90 miliardi, depositati oltre che in Italia e anche all’estero (Gran Bretagna, Stati Uniti e Svizzera). Poco rispetto al debito italiano (oltre 2.300 miliardi), ma abbastanza per far fronte a necessità di spesa congiunturali. Vendere l’oro di via Nazionale per fronteggiare spese o abbattere il debito dello Stato è materia che divide e che solleva puntualmente la difesa alle prerogative d’indipendenza dell’istituto centrale. Secondo molti esperti, rinunciare alle riserve d’oro di Banca d’Italia (garante in ultima istanza dell’intero sistema creditizio), vendendole, ridurrebbe le forze in campo per fare fronte a eventuali choc monetari. È questo, d’altra parte, uno dei motivi fondamentali per cui le riserve in oro esistono. Sul fronte opposto, si sostiene invece che l’Italia è tra i pochi Paesi al mondo dove non è messo nero su bianco che l’oro a riserva è dello Stato, considerando poi che l’Italia risulta il terzo detentore dopo gli Stati Uniti e la Germania. Servirebbe chiarezza e un diverso approccio di politica economica.

Le idee di Tremonti e di Padoa-Schioppa

Lega e M5s non sarebbero i primi a studiare una manovra del genere. Nel 2009 ci aveva provato Giulio Tremonti, ministro dell’Economia nel governo Berlusconi. Non si trattava tuttavia di mettere le mani sull’oro, quanto di applicare un’imposta sulle plusvalenze dai «detentori di metalli per uso non industriale. La Bce, a cui era stato chiesto un parere, bocciò l’iniziativa, poiché ci sarebbero stati trasferimenti di risorse finanziarie da Banca d’Italia al bilancio dello Stato, indebolendo tra l’altro l’indipendnza di via Nazionale. Anche il governo Prodi, nel 2007, aveva provato a sollevare la questione. Per l’esecutivo di centrosinistra si trattava di riconsiderare l’uso delle riserve eccedenti «quanto richiesto dal concerto con la Bce per le difesa dell’euro». Il ministro dell’economia dell’epoca, Tommaso Padoa-Schioppa, disse che l’utilizzo delle riserve auree «non può essere un tabù». Ma la proposta non ebbe seguito.

11 febbraio 2019 (modifica il 11 febbraio 2019 | 11:14)

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